Arpagon 

Traduzione in genovese, riduzione e adattamento da “L’Avaro” di Molière. L’autore così introduce:

“Perché “Arpagone” o “Arpagon” e non “L’avaro” di Jean Babtiste Poquelin in arte Molière?

Non sarà male precisarne il motivo, che è  esattamente l’opposto di chi, in commercio, vuol spacciare per autentico qualcosa che di autentico reca solo il nome. Avremmo commesso un imbroglio, un falso. 

Vogliamo dire che “Arpagone” e “Arpagon” sono sì “L’avaro”, come avvertiamo nel sottotitolo, ma non ne sono la fedele traduzione e neppure infedele, direi, e in special modo la versione dialettale.

Il dover ridurre di ben due atti, in tutte e due le versioni, per le necessità del teatro moderno, i cinque dell’Avaro, il dover togliere dalla scena e dalla trama, in entrambe le versioni, per gli stessi motivi, ben cinque personaggi, sia pure secondari, la soppressione, il rifacimento, l’inserimento di qualche nuova scena, penso siano motivo sufficiente a non far passare Arpagone e Arpagon come l’opera autentica del grande commediografo.

Probabilmente un Molière vivo non si comporterebbe con noi diversamente di come si comportò Dante quando udì i suoi versi storpiati dalla bocca del fabbro.

A differenza di questi, però, tali licenze erano nelle nostre intenzioni. Non ne volevamo proporre una traduzione ma un adattamento ad uso e consumo dell’impaziente spettatore d’oggi. 

         Con tutto ciò non intendiamo dire di aver voluto fare opera originale, diversa. Tutt’altro. Abbiamo cercato invece, per quanto ci è stato possibile, non solo di esser fedeli al testo, ma altresì di interpretarne lo spirito, il carattere. Di conseguenza il nostro lavoro ha dovuto necessariamente prender posizione nella dibattuta questione del carattere dell’opera e sull’interpretazione delle intenzioni dell’Autore.

Si tratta di realistica commedia di costume, da intendersi, da analizzarsi sotto il profilo sociale, psicologico, o di lavoro prettamente comico e farsesco, sia pure con tutte le sue contraddizioni? La questione meriterebbe più di un sommario accenno ma esulerebbe troppo dai fini che ci siamo prefissi..

L’intenzione comica, caratteristica che del resto le attribuirono subito i contemporanei, è innegabile in tutta quanta l’opera e il nostro lavoro s’è posto senza esitazione alcuna su questa linea interpretativa, ne evidenzia -direi- tale carattere, e in modo particolare la versione dialettale che si è permessa pure qualche licenza in più. Le espressioni gergali, non c’è dubbio, hanno facile presa sull’uditorio a tutto vantaggio della comicità.     

Non ci sembra il caso di dover chiederne scusa, né porteremo a motivo di discolpa certi scempi cinematografici o teatrali cui è dato di assistere.

Fedeli, come s’è detto, alla trama e allo spirito dell’opera, ce ne sentiamo assolutamente estranei e in disaccordo.

Ma in fondo anche tutti questi rifacimenti, questo cambiare tanto per cambiare, questo voler esser originali e moderni ad ogni costo, queste modifiche talvolta dissacranti, oltre che per L’Avaro, per l’opera in genere di Molière, sono l’evidente prova del favore e del successo che questo autore  ancor oggi, dopo tanto tempo, continua a riscuotere.”