Musa latinn-a       

  

Raccolta di traduzioni in dialetto di alcuni carmi latini di Catullo e Ovidio, di alcune odi di Orazio, di alcune elegie di Tibullo e Properzio pubblicate nel marzo ’89 assieme ad una raccolta di poesie in dialetto , “Canson antiga”. L’introduzione è di Marco Delpino.

 

“UNA DELICATA MELODIA CHE ENTRA NEL PROFONDO DELL'ANIMA

Prima che l'avvento della televisione cambiasse in modo sostanziale i costumi della gente, soprattutto quella di provincia, in autunno o meglio ancora nel periodo invernale c'era nelle famiglie l'usanza di riunirsi, alla sera, attorno al focolare domestico ad ascoltare dalla voce degli anziani il racconto di fatti ed avvenimenti del passato. In questo modo le storie e le leggende si tramandavano di generazione in generazione.

Ricordo d'aver vissuto anch'io, in un brevissimo arco della mia fanciullezza (nella seconda metà degli anni Cinquanta) questa affascinante ed irripetibile esperienza. E penso perciò, con gioia mista a commozione, a quelle ore passate in compagnia della vecchia nonna accanto al «ronfò» (l'antica stufa a legna che c'era in quasi tutte le case di Liguria) a godere, felicemente estasiato, di quelle favole, filastrocche, poesie e proverbi detti o recitati nel dialetto di questa terra di Liguria che, per me come per moltissimi altri, è sta­ta la lingua madre.

Poi il tempo mutò il corso degli eventi e, come solitamente accade, pari al vento, spazzò quelle liete e spensierate ore della fanciullezza, portando, è vero, con sé altri momenti felici o meno ma lasciando il ricordo di un qualcosa di ineguagliabile.

Oggi, trent'anni dopo, l'epoca in cui viviamo sembra farci dimenticare le buone tradizioni dei nostri padri e dei nostri nonni; lo stesso dialetto dicono che sia una forma espressiva destinata all'archivio della Storia. Ma il ricordo di quelle scene di semplicità conserva inalterato il fascino e riaffiora ogni qualvolta mi capita di parlare o di ascoltare o leggere brani o poesie scritte in questa nostra lingua.

Per questo, nel presentare la raccolta del prof. Carlo Costa, sottoscrivo innanzi tutto il titolo che l'Autore ha voluto dare al libro: «Canson antiga». Perché antica? Perché, attraverso la lettura dell'opera traspare quel mondo che forse non sembra ancora del tutto scomparso.

È, quello di Costa, un mondo che ci coinvolge con la sua forte carica emotiva, che ci riporta alle nostre origini, ad una natura ancora fresca e rigenerante, vista attraverso gli occhi di un poeta che fa parlare soprattutto il cuore e che parla al cuore di chi l'ascolta.

Carlo Costa, che prima di essere un poeta dialettale è soprattut­to un attento e profondo conoscitore dei classici latini e greci ed è stato per anni docente di lettere e storia, si è avvicinato al «dialetto scritto» soltanto in epoca abbastanza recente, non più di otto anni fa.

Ebbi modo di conoscere questo poeta agli esordi del suo scrive­re in vernacolo ligure. Anzi, debbo aggiungere che forse la molla che lo spinse a continuare fu l'affermazione ottenuta nel maggio 1982 al Premio Letterario «Santa Margherita Ligure» patrocinato dall'associazione culturale da me diretta.

Costa esordì con una poesia toccante e sincera: «A stradda». Vinse quella edizione (per la sezione dialettale) e qualche mese dopo diede alle stampe il suo primo libro in vernacolo. Il titolo non poteva essere che lo stesso della poesia vincitrice. Fu questa la «strada» che lo convinse a pubblicare il materiale che aveva accu­mulato nel corso degli anni.

Carlo Costa è dunque un autore preparato, di vasta cultura e di profondo pensiero, ma al tempo stesso sa essere poeta semplice, di fresca ispirazione, sentimentale, umano, ricco di un lirismo che affascina.

Non si può dunque dar torto al giornalista Renato Lagomarsino il quale, in una lettera all'Autore (che ho avuto modo di leggere), ha scritto di essere andato «alla scoperta delle espressioni con cui Costa è riuscito a dare corpo ai sentimenti utilizzando mirabilmente, ma anche con semplicità, la nostra lingua di casa».

Non sono questi elogi di circostanza, sono, al contrario, piacevoli sensazioni che si provano centellinando verso per verso e gustando così il sapore di una metrica pulita e perfetta, di una corretta grafia e di una nobiltà di pensiero.

Il libro che presentiamo è strutturato in due parti; anzi, potremmo dire addirittura in tre: «Canson antiga», che raccoglie le poe­sie del cuore e dà origine al titolo del volume; «versi d'öcaxon», che comprende poesie impropriamente chiamate «occasionali», e «Músa latinn-a», in cui Costa si sbizzarisce nella difficile ma riu­scitissima impresa di traduzione dal latino al genovese di alcuni carmi di Catullo e Ovidio, di alcune Odi di Orazio, di alcune Elegie di Tibullo e di Properzio.

Trattandosi di un libro che richiama una «canzone antica», nel condividere un giudizio dato dalla scrittrice Gina Lagorio secondo la quale nelle sue opere Carlo Costa mette «gusto, divertimento, senso del tempo, esprit de finesse per fortuna vivo non solo quan­do si avvolge in tuniche e pepli», posso aggiungere che le sue poe­sie somigliano ad un pentagramma musicale, dove ogni parola ha le note di una melodia sottile, delicata, che entra nel profondo dell'anima."

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