Trittico d'amore e morte

Tre episodi in atto unico composti nel maggio 1999. Così l’Autore presenta il lavoro:

 

“Amore e morte,

il grande tema col quale la fantasia di sommi artisti ha saputo creare opere immortali,

amore e morte,

motivo, materia reale, ricorrente sulle vive pagine del libro della vita.

Questo trittico d’amore e morte rappresenta tre di queste pagine e lascia ben poco spazio alla fantasia. Tre scene, tre momenti, tre esperienze di vita, ognuna delle quali ha una morale, racchiude un insegnamento.

Del primo – un fatto sconvolgente di cronaca: un padre che getta nel fiume la sua deforme creatura – sarebbe stato duro accettare l’orrendo epilogo. La soluzione è venuta da sola, nella sublimazione dell’amore del gesto materno.

Solo apparentemente viene a mancare all’episodio la seconda parte del tema. La morte è ben presente sulla scena, ne è l’elemento primo. Sino all’epilogo. È al sommo dei pensieri del protagonista, entra in tutte le soluzioni che l’animo straziato del giovane tenta di dare alla vicenda, è nella tremenda decisione e non trova ostacolo nella ragione, né in altro.

Lo trova nell’amore. Un amore umano ma sconfinato, un amore che non ha bisogno di cercare nell’etica ragione e sostegno, un amore semplice, disarmante, che trae la sua forza invincibile nell’essenza stessa della vita.

Di ben diversa natura il motivo, la tesi del secondo episodio che – fatto di cronaca tutt’altro che insolito – trova i protagonisti impegnati nella soluzione di problemi assai meno dolorosi e profondi. Qui alla morte non si pensa proprio. Arriva improvvisa, a sorpresa, inesorabile, a troncare speranze, a risolvere drasticamente ogni problema esistenziale.

Argomento delicato e difficile, che potrebbe prestarsi, o dare adito, a errate interpretazioni. Ma ad un esame attento, o quanto meno non superficiale, appare evidente nelle parole e nei gesti dei due protagonisti la ricerca costante di motivi fini e distinti, lontani da qualsiasi forma di rozzezza e volgarità.

Lo slancio passionale, contenuto dalla maturità dell’uomo, si spegne improvvisamente nell’impensato epilogo. La morte coglie il protagonista nel candore di un animo bisognoso di affetto e di sentimento.

Nessun compiacimento, nessun cedimento all’eros, alla sensualità. Una diversa interpretazione del motivo sarebbe del tutto fuori tema e la materia ne risulterebbe falsata.

Il terzo episodio – un fatto di cronaca meno insolito di quanto si potrebbe pensare – riproduce in termini moderni un tema già celebre nel mito.

Filemone e Bauci ottengono dagli dei di morire assieme, così come assieme erano vissuti e invecchiati.Nell’episodio del trittico, senza ricorso al soprannaturale, la morte arriva improvvisa a coronamento di una vita, quasi premio ad un affetto sereno e duraturo. Un desiderio che, anche se non apertamente manifestato, lo si intuisce nel profondo attaccamento dei due anziani sposi: desiderio che, non senza meraviglia, anche oggi talvolta vediamo esaudito. Nella comune realtà l’epilogo avviene al solito con qualche leggera differenza di tempo o di luogo, e tanto più ci commuove quanto più le due dimensioni sono ravvicinate.

L’episodio ha naturalmente richiesto nella finzione scenica la dovuta unità. Da qui una certa pena, una certa sofferenza reciproca, ma che eviterà loro una pena, una sofferenza ben maggiore.

Felici entrambi quindi, poiché, come avviene nel mito, - per usare l’espressione stessa d’Ovidio - la stessa ora li coglie e lui non vedrà la tomba di lei, né da lei dovrà esser seppellito.”